FrancescoGallo Moai


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Inviato: Mer Dic 16, 2009 12:27 am |
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Uno dei problemi sui quali occorre ragionare, prima di cercare di recensire il 14 lungometraggio di Joel e Ethan Coen, è stabilire l’importanza che ha (o che dovrebbe avere) la prima sequenza del film -- una sorta di storia nella storia -- su quello che viene dopo.
Quella prima sequenza che ha tutta l’aria di essere la trasposizione cinematografica di un racconto di Isaac B. Singer.
Ebbene...
Ci troviamo in uno shtetl sommerso dalla neve, probabilmente da qualche parte dell’Europa Centrale, in pieno 800.
In una capanna vive una coppia sposata che riceve la visita di un uomo anziano.
Per il marito della donna -- che sostiene di aver incontrato quell’uomo anziano poco prima, per strada, quando una ruota del suo carro si è rotta -- si tratta di un lontano conoscente.
Per la donna, invece -- convintissima di aver assistito, qualche anno prima, quello stesso uomo anziano sul punto di morte -- si tratta di un dybbuk.
Cos’è un dybbuk?
Una sorta di demone/fantasma appartenente alla tradizione folcloristica ebraica.
Decisa del fatto suo, la donna pugnala il visitatore.
Il vecchio, all’inizio poco sorpreso, poi dolorante, inizia a sanguinare.
Quindi, comprendendo di non essere bene accetto in quella casa, toglie il disturbo.
La domanda che coglie lo spettatore dopo questa scena è: si trattava o non si trattava di un dybbuk?
Ahinoi, non siamo riusciti a capirlo.
O, forse, non potevamo.
Stacco.
E’ il 1960. (O giù di lì.)
Siamo a Minneapolis.
In una modesta cittadina del Mid-West americano.
Il professore di fisica Larry Gopnik, ebreo (interpretato in maniera diligente da Michael Stuhlbarg), si ritrova a dover fare i conti con la propria famiglia.
Sua moglie Judith, che da tempo ha una relazione con il vedono Sy Ableman, gli chiede il divorzio.
Sua figlia più grande, Sarah, che intende rifarsi il naso, gli sottrae i soldi dal portafogli per finanziarsi l’intervento di rinoplastica.
Suo figlio Danny, invece, a circa due settimane dal proprio bar-mitzvah, non fa altro che ascoltare i Jefferson Airplane e fumare marijuana (tra l’altro, è in debito di venti dollari con un suo compagno di classe, che gliela procura).
Infine, suo fratello Arthur: profondamente depresso.
Se ne sta quasi sempre chiuso in bagno, a cercare di drenare una cisti sebacea che gli è spuntata sul collo, e ha un debole per il gioco d’azzardo.
Basta così?
Neanche per idea.
Ci si mette pure un ragazzo coreano, dall’aria un po’ tonta, il quale, dopo aver rimediato un’insufficienza all’ultimo compito di fisica, è intenzionato a far cambiare idea al suo insegnante.
In che modo?
Senza farsene accorgere, lascia una busta piena di soldi sulla scrivania di Larry.
Attenzione, perché sembra la messa in scena del celebre paradosso del gatto di Schrödinger. Spiegato e dimostrato, proprio da Larry -- assieme al principio di indeterminazione di Heisenberg (a sua volta già citato dai Coen in “L’uomo che non c’era”) -- in una delle sue lezioni.
Perché se Larry accetterà questi soldi, modificando il voto del compito, sarà un uomo corrotto; se invece li rifiuterà, diffamerà il ragazzo per tentata corruzione.
Il problema sta nel fatto che, in un modo o nell’altro, si metterà in cattiva luce con la commissione scolastica, che proprio in quei giorni sta decidendo se assegnarli o meno la cattedra di ruolo.
Cosa fare?
E a chi rivolgersi per un consiglio?
Il film dei Coen, stando al parere di chi scrive (ma avete ragione: la mia sta diventando una formuletta), inizia a questo punto.
Con Larry Gopnik alla ricerca di quella risposta che tutti noi esseri umani, più o meno da quando abbiamo messo i piedi sulla terra, siamo desiderosi di conoscere.
Ovvero: esiste Dio?
O meglio: esiste un modo certo per riconoscere la sua voce -- la voce di “hashem”, come Dio viene genericamente chiamato nel film?
Da cui la variante, diciamo così, più egoistica: perché le cose orribili capitano anche agli uomini buoni, agli uomini “seri”?
Ma chi è il vero serious man del film?
Forse è l’amante della moglie di Larry, Sy Abelman.
Egli vuole infatti che Judith, prima di potersi risposare, chieda a Larry di ottenere un ghet.
Cos’è un ghet?
Un rituale ebraico per il divorzio -- che, tra l’altro, obbliga il marito a versare una considerevole somma di denaro a favore della moglie...
Poi, però, veniamo a sapere che Sy Abelman è il mittente di certe lettere anonime spedite alla scuola di Larry. Lo scopo? Quello di screditarlo.
Farebbe mai una cosa del genere, un uomo serio?
Allora l’uomo serio è Larry.
Il quale, in cerca di aiuto, chiede un consiglio ai rabbini della sua comunità. Qualcuno gli dice di non abbattersi. E di trovare conforto nella millenaria tradizione della fede religiosa.
Uno (il secondo dei tre), a mo’ di consiglio, gli racconta un fatto strano che è capitato a un suo amico.
State attenti perché si tratta di una delle cose più pazzesche, e belle, che i Coen ci abbiano mai raccontato.
Un dentista, dopo aver visitato un paziente goy, cioè non ebreo, esaminandone il calco in gesso della dentatura, rinviene una cosa ben strana sul retro dei denti.
Di che si tratta?
Di una strana incisione. In caratteri ebraici.
Dice: Aiutami.
Il dentista, allora, che un poco si intende di Qabbalàh, sa che a ogni lettera dell’alfabeto ebraico corrisponde un numero. Decide così di trascrivere l’iscrizione credendola un indirizzo telefonico.
E’ in questo modo che all’altro capo della cornetta gli risponde -- no, non la Voce di Dio -- bensì il gestore di un supermercato di verdure.
Il dentista non riesce più a dormire. E’ turbato.
Dio gli ha mandato un segnale e lui non sa in che modo interpretarlo.
Cerca nel suo archivio privato, tra i vecchi calchi di gesso delle dentature: niente. Prende allora a frugare con maggiore scrupolo all’interno delle bocche dei suoi pazienti: niente.
Magari Dio ha già cercato di mettersi in contatto con lui.
La parola di Dio!
E dentro la bocca di un gentile, poi!
Tuttavia, come quest’ossessione è arrivata, così a un tratto se ne va.
E il dentista, come si è soliti dire, decide di farsene una ragione.
Quello che è importante di quel messaggio, però, il dentista decide di non dimenticarlo. E, ebreo o non ebreo, aiuta il suo paziente.
“Sì, d’accordo”, dice Larry, “ma questo cosa c’entra con la mia situazione?”
In effetti, c’entra poco e niente. Tranne, forse, per il messaggio finale: aiutare gli altri è sempre un bene.
“Danno non fa”, gli risponde il rabbino.
Potrebbe essere davvero Larry, quindi, il “serious man” del film.
Verso la fine, infatti, le cose sembrano mettersi per il meglio.
Un suo collega, sebbene ancora in via non del tutto ufficiale, gli conferma che la scuola lo renderà un insegnante di ruolo. Mentre sua moglie Judith, comunque disperata per la morte di Sy, in un incidente automobilistico -- durante una sequenza che i Coen montano in un modo tale da far sembrare Larry responsabile; quasi a vedere in lui l’uccisore di un moderno dybbuk... --, ritrova la stima e l’affetto per il marito durante la cerimonia del bar-mitzvah che il loro secondo genito -- sebbene strafatto d’erba anche in questa circostanza -- porta a compimento leggendo correttamente la Torah.
Ma c’è un ma.
Ed è un “ma” grosso quanto una casa.
Perché nel momento in cui Larry, modificando il voto del compito, accetta di prendere i soldi del suo studente coreano (per far fronte alle spese legali del divorzio che era stato già avviato), il telefono del suo ufficio prende a squillare.
E’ il suo medico.
Ha lì pronto il risultato delle analisi.
“Non puoi dirmelo qui, per telefono?”
“E’ meglio se passi qui nello studio”, gli risponde.
Per cui no, non è nemmeno Larry Gopnik il “serius man” del film.
Visto che, non appena la sua coscienza si macchia per una cattiva azione, la punizione di Dio non tarda a materializzarsi nella sua vita.
Ma chi è, allora, il “serious man”?
Io credo che si tratti di Danny, il figlio di Larry.
Nel senso che ha tutte le carte in regole per diventarlo.
Ma non lo è ancora.
Dopo il bar-mitzvah, infatti, il suo rabbino non soltanto gli recita un verso di “Somebody to Love” dei Jefferson Airplane, assieme ai nomi dei componenti del gruppo musicale, ma gli restituisce anche una radiolina (sequestratagli a scuola) contenente, occultati, i venti dollari che gli permetteranno di saldare il suo debito con il compagno di classe.
I buoni propositi, tuttavia, vengono disturbati dall’arrivo di un uragano.
Gli alunni della scuola, sotto la guida degli insegnanti, vengono fatti uscire, per raggiungere il rifugio, ed ecco che Danny, oramai all’esterno, scorge il suo amico.
E’ di spalle. E’ sul punto di chiamarlo.
Sullo sfondo di tutto, però, si staglia l’uragano. Minaccioso.
Danny terrà fede alla sua parola (al suo debito), o approfitterà delle circostanze per fingere che niente sia successo?
I Coen ci sbalordiscono con questo film.
Ci sbalordiscono.
(Ma tra gli altri responsabili di questo capolavoro voglio citare almeno Roger Deakins e la sua splendida fotografia.)
La sequenza in cui Larry sale sul tetto per cercare di riparare l’antenna del televisore, e, mentre si trova là sopra, adocchia la vicina di casa la quale, credendosi al riparo da occhi indiscreti, prende il sole nuda su una sdraio è da antologia del cinema.
Sul serio.
“A serious man” è degno di essere inserito tra quei capolavori che i Coen hanno sceneggiato e diretto in questi ultimi 2o anni.
E intendo “Crocevia della morte” (1990), “Fargo” (1996), “Il grande Leboskwi” (1998), “Fratello, dove sei?” (2000) e “L’uomo che non c’era” (2001).
Tutti contrapposti, secondo me, ai molto meno riusciti -- ma solo perché i Coen girano, consapevolmente, film di sicuro successo al botteghino (grazie al richiamo di attori di grido), per potersi finanziare pellicole più personali come quest’ultima -- “Prima ti sposo, poi ti rovino” (2003), “Ladykillers” (2004), “Burn After Reading - A prova di spia” (2008) e “Non è un paese per vecchi” (2007).
Sì, anche questo.
Perché, per quanto splendidamente diretto e interpretato, non è roba loro. (La storia, dico.)
Solo un’ultima cosa.
(Mi rendo conto, davvero, di aver scritto troppo; spero, soltanto, non a vanvera. Magari, non troppo...)
L’ebraismo.
Qualche critico cinematografico ha scritto che senza una conoscenza approfondita del giudaismo non si può pervenire a una vera comprensione di “A serious man”.
D’accordo.
Non posso escluderlo a priori.
Anche perché, a voler cercare di inserire questo ultimo lavoro dei Coen all’interno di una tradizione stilistica, la sola a venirmi in mente è proprio quella ebraico letteraria di certi romanzi e racconti di Isaac B. Singer -- senza contare gli epigoni Saul Bellow e Philip Roth.
Ma secondo me si tratta di un film che, sebbene molto ebraico, critica duramente (e senza rinunciare a un sottile umorismo, e quindi in maniera ancora più ebraica!) proprio l’ebraismo.
Come interpretare, altrimenti, la voluta incongruità -- ammessa dai Coen in un’intervista! -- della prima sequenza del film?
Ovvero: gli ebrei sono davvero tanto sicuri di poter ricavare qualsiasi tipo di risposta ai loro problemi personali attingendo alla loro millenaria tradizione di storielle?
Da notare, però, che per affermare tutto ciò i Coen non mettano in scena una vera storiella ebraica: ne inventano una di sana pianta!
Come se non bastasse, il consiglio del rabbino Nachtner, “[aiutare] danno non fa”, sembra contenuto implicitamente nel verso della canzone dei Jefferson Airplane che Danny ascolta in continuazione e che sembra scandire molti dei momenti del film: “you better find somebody to love”...
Per cui?
Per cui i Coen criticano -- ma forse dire che criticano è un po’ eccessivo: diciamo che ci ragionano sopra con una certa dose di intelligenza -- l’ebraismo.
Tuttavia -- e questo io l’ho trovato un dettaglio davvero commovente -- in che modo ricordano il peso che ha avuto l’ebraismo nella loro formazione!
Le scene della cerimonia del bar-mitzvah, per esempio, così come quelle in cui il figlio di Larry avanza nello studio del rabbino Marshack, a noi spettatori ci vengono restituite intatte.
Cioè: ancora avvolte dal Mistero.
Come appena vissute da un adolescente che si appresta a diventare un uomo. Un uomo serio.
E se il cinema non ha altri compiti se non quello di restituirci di volta in volta uno sguardo disincantato, quasi primigenio, sulle cose del mondo, saremo capaci anche noi, come Danny, una volta ritornati alle nostre vite, di diventare, di essere, degli uomini seri?
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