Allora: sgombriamo subito il campo da ogni possibile dubbio.
“Avatar” è un capolavoro?
No, “Avatar” non è un capolavoro.
Si tratta lo stesso di un bel film? Sì, si tratta lo stesso di un bel film.
Adesso, un’ultima domanda.
Quella che taglia la testa al toro: bisogna andare a vedere “Avatar” solo perché ha degli effetti speciali incredibili?
No, per fortuna no.
Perché, oltre agli effetti speciali, in “Avatar” c'è molto altro.
“Avatar” è un film da vedere. Punto.
Anno 2154.
Pandora -- parte del sistema stellare triplo Alpha Centauri, distante 4,4 anni luce dalla Terra.
La RDA, una potente multinazionale interplanetaria, sta cercando di entrare in possesso dell’Unobtanium, un minerale -- venduto a 20 milioni al chilo -- che si trova nelle profondità del pianeta.
Per estrarlo, però, occorre prima che i Na’Vi -- degli esseri umanoidi alti circa tre metri, dalla pelle blu e fosforescenti al buio -- abbandonino il loro villaggio.
Sotto il quale, guarda caso, si trova il più grosso giacimento di Unobtanium.
Toccherà al marine paraplegico Jake Sully (interpretato da Sam Worthington) entrare in contatto con loro.
Studiare la loro cultura, così come i loro punti deboli, e tentare una missione diplomatica che eviti una guerra e il loro sterminio.
Connesso al suo avatar -- un ibrido dal DNA metà umano e metà Na'Vi; di fatto: una nuova incarnazione fisica e mentale -- Jack Sully riuscirà così non soltanto a respirare nell'atmosfera di Pandora (altrimenti mortale per gli esseri umani) ma vedrà aumentate di gran lunga la propria capacità di farsi accettare dai Na'Vi.
Sotto la guida della botanica Grave Augustine (interpretata da una vecchia conoscenza di Cameron, Sigourney Weaver), Jack finisce per imbattersi in Neytiri (Zoe Saldana), la principessa del popolo degli Omaticaya.
E, una volta raggiunto il suo villaggio, dopo aver superato una serie di prove di forza e di destrezza grazie al suo incredibile coraggio, riesce a farci accettare dai suoi leader.
In tre mesi, diventa a tutti gli effetti uno di loro.
Accade però che Jack s'innamori, ricambiato, di Neytiri.
Inoltre, affascinato dalla cultura panteistica degli Omaticaya -- i quali basano la propria fede su Eywa, una forza misteriosa che mantiene in equilibrio il rapporto dei Na'Vi con la fauna e la flora di Pandora -- nemmeno tenta più di portare a termine la propria missione.
In un suo video-rapporto, infatti, Jack dirà: “I Na'Vi non abbandoneranno mai la loro terra. E per cosa, poi? Per la birra light e i blue jeans?”
Troppo facile a questo punto immaginare quali saranno gli sviluppi.
Accantonata la possibilità di un accordo, non resta che passare alla maniere forti: i bombardieri carichi di esplosivi della RDA sono pronti a decollare... da che parte si schiererà Jack Sully?
Dopo circa 12 anni di assenza -- dopo aver realizzato, con “Titanic”, il film che più ha incassato nella storia del cinema -- James Cameron torna con un progetto da lungo tempo sognato.
Pare, addirittura, dal lontano 1994.
Quando “Avatar” -- che allora si chiamava “Project 880” -- altro non era se non un'ottantina di pagine di sceneggiatura.
È stato poi grazie ai progressi compiuti della computer grafica (con le trilogie de “I Pirati dei Caraibi” e de “Il Signore degli Anelli”) se il film è passato da uno stadio di idea a uno stadio di progetto in via di realizzazione.
Cameron, però, non poteva di certo "accontentarsi" di qualcosa di preesistente.
Ecco allora il Reality Camera System, un tecnologia -- realizzata dallo stesso Cameron per i suoi documentari “Ghost of the Abyss” e “Aliens of the Deep” -- capace di imitare il sistema visivo umano tramite due cineprese digitali, ad alta definizione, che riprendono un'identica scena da due punti di vista differenti.
Ma tutto questo ricorrere alla tecnologia ha davvero permesso a “Avatar” di diventare quello che, prima della sua uscita, tutti quanti andavano scrivendo e sperando?
Cioè quel punto di non ritorno per quanto riguarda la settima arte?
No. Purtroppo no.
Attenzione, però.
Con questo non voglio mica dire che “Avatar” sia brutto. Anzi.
E anche il discorso degli effetti speciali...
Dal momento in cui le riprese in digitale e il 3D -- con “Avatar” utilizzato per la prima volta in “live action”, ovvero su attori in carne e ossa -- nemmeno per una volta ha messo in secondo piano l'importanza della vicenda del film.
Così come invece mi è capitato di assistere, per esempio, in “Mostri contro Alieni” o in “A Christmas Carol”, in cui delle scene girate appositamente per sorprenderci ci distraevano troppo dalla storia.
“Avatar”, invece, offre allo spettatore una vera, totale, profonda e appagante immersione in un nuovo fantastico mondo.
Ma se “Avatar” non è stato -- quantomeno per il sottoscritto -- quella rivoluzione che tutti, Cameron in primis, si attendevano, che cosa gli è venuto a mancare?
Rispondo: quanto di buono, e di profondo, conteneva la storia dei Na'Vi e di Jack Sully e che Cameron ha deciso di non approfondire “sacrificandolo” in nome di una sceneggiatura che fa della spettacolarità la sua autentica ragion d'essere.
Perché no, non si tratta di una storia banale o superficiale.
La storia è bella. Avvincente.
Con tutti i nessi logici al loro posto.
Solamente, la sua linearità va troppo a vantaggio di un moscio manicheismo hollywoodiano in cui i buoni stanno da una parte e i cattivi dall'altra.
Certo, tutti noi sappiamo che James Cameron non è -- e nemmeno vuole essere -- Terrence Malick.
L'autore de “La sottile linea rossa” e, soprattutto, de “Il nuovo mondo” -- il film, tra i due, che si rifà più direttamente alla storia di Pocahontas; autentica fonte d'ispirazione di “Avatar”.
Pellicole con le quali il regista texano ha approfondito come pochi altri le bellezze e i drammi conseguenti lo scontro, quasi sempre a fini espansionistici, di due culture differenti. Per non parlare del panteismo.
In concreto, infatti, quanto tempo decide di impiegare Cameron a raccontare lo stupore di Jack Sully che da marine paraplegico torna finalmente a camminare grazie al possente corpo del suo avatar?
Qualcuno dirà il giusto.
Secondo me, invece, troppo poco.
E quanto tempo decide di impiegare Cameron a raccontare il modo in cui la cultura dei Na'Vi, fino a poco prima definita pacifica, viene “intaccata” per non dire corrotta dall'intruso Jack Sully?
Nemmeno un secondo.
Anzi, a dire il vero questo mi è sembrato un aspetto della vicenda tralasciato totalmente da Cameron.
Possibile?
Beh, a me è parso di sì.
In definitiva “Avatar” resta un grande film.
Diretto magistralmente e avvincente come pochi altri negli ultimi anni.
Tuttavia, a parere di chi scrivi gli avrebbe di gran lunga giovato un maggiore approfondimento non della storia in sé quanto dei suoi aspetti diciamo così più marginali ma ugualmente importanti.
Io credo di vivere in un mondo artistico, dove non sia sempre necessario dover inviare messaggi complessi o etici per forza. L'atto di far sognare è di per se un azione artistica e meritoria.
La sottile linea rossa, l'ho trovato brutto, perché è forzato, in fondo anche lì ci sono i buoni che si chiedono il perché delle cose e i cattivi che mandano i bravi soldati a farsi macellare.
Forse raccontar storie senza la pretesa di spiegarci il tutto ci offre l'occasione subliminalmente di esprimere davvero arte.
Gli stati uniti sono il 'genocidio' più reclamizzato al mondo, ma non l'unico e forse neppure il più feroce, che però si redime e si esprime, appena può, tramite i suoi artisti.
Non credo che il senso sia "per forza", è più un IMO (In My Opinion), detto da chi scrive.
Anche a me piacciono filmacci con effettacci, ma definirli grandi... ce ne vuole, anche dal solo punto di vista artistico, ma poi cos'è l'arte? _________________ http://www.facebook.com/people/Federico-Penza/1603951271
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