Non sapeva ancora quale nome avrebbe scelto per lui ma, sapeva che sarebbe stato un nome importante.
Giuseppe, un brav'uomo, non riusciva a capire i dubbi e le perplessità della moglie. Poteva comprendere le sue preoccupazioni. Anche lui, del resto, non aveva molta voglia di tornare indietro. Specie con la moglie in quelle condizioni. Era troppo rischioso, era troppo problematico. Ma quel sogno, quello strano sogno, lo aveva convinto a partire ugualmente.
Aveva chiuso la bottega la sera prima. Una piccola bottega di falegnameria. Aveva iniziato quella attività quasi per caso. Fino a sei mesi prima non avrebbe mai pensato che sarebbe diventato un falegname, eppure il destino aveva voluto che così accadesse.
- Allora... ti muovi?
Maria si era alzata dal letto. Aveva dato un bacio alla foto di suo fratello Armando, che era morto da meno di un anno. Erano venuti in Israele dopo essere stati convinti proprio da lui. Era stato lui a raccontare quanto fosse facile fare fortuna in Israele. Un paese moderno, potente, avanzato. Un genio dell'informatica come Giuseppe avrebbe trovato lavoro in un minuto. Giuseppe, che già da cinque anni lavorava come collaboratore a progetto per una software house di Roma, non credeva alle sue orecchie.
- Potrai mantenere Maria, avere dei figli, essere felice. Guarda me! - aveva detto - Guarda me!
Armando era partito due anni prima. Aveva aperto un ristorante italiano, come nella migliore tradizione degli emigranti italiani. Una pizzeria. Già, perché lui, a Napoli, era stato un pizzaiolo molto apprezzato. Se era andato via dalla sua città per Roma fu a causa di un pizzo non pagato. Aveva il mutuo, la macchina dal meccanico, quel maledetto incidente. Il ristorante era ben avviato e rendeva anche bene. In cinque anni avrebbe estinto il mutuo della casa, avrebbe finito di pagare i creditori che gli avevano dato fiducia. Poi c'era stato quel maledetto incidente automobilistico. Lisa era passata col rosso ed era stata centrata da un autobus. Sei mesi di coma e poi se ne era andata. La disperazione, la paura, il dolore. Si era dimenticato di tutto, anche del pizzo. E così gli avevano bruciato il ristorante.
Maria mise la foto di Armando nel portafogli, raccolse la borsetta e scese le scale per raggiungere il marito.
Armando, il suo caro fratello. Li aveva raggiunti a Roma, ma aveva paura e, così, dopo poco, era partito per 'lo stato di Israele'. Così lo chiamava lui, 'lo stato di Israele' - E' dove è nato Gesù, lo capite? - diceva. Giuseppe e Maria lo capivano ma non lo capivano. Avevano atteso due anni e, poi, alla fine si erano fatti convincere - Qui si fa fortuna! - aveva detto una sera a Maria.
Erano partiti, Armando li aveva ospitati. Ma per poco. Giuseppe riuscì subito a trovare lavoro. Un ottimo stipendio, una casa, tutto ciò che aveva sempre desiderato. Erano felici, tutti e tre. Armando non si era più sposato. Amava ancora Lisa e non riusciva a dimenticarla. Però la sua pizzeria lo riempiva di gioia. E i clienti erano come una famiglia per lui.
Fino a quel maledetto giorno.
Un kamikaze. Un cliente qualunque, in orario di punta, era entrato nel suo locale. Nessuno sa di preciso cosa successe. Non passò neppure mezz'ora e, il locale esplose. Morirono cinquantaquattro persone. Nessun ferito, nessun superstite.
Cinque giorni più tardi, Giuseppe aveva fatto le valigie, si era licenziato, e aveva convinto Maria ad andare via, il più lontano possibile. Si fermarono a Betlemme solo per via del nuovo nascituro. E il resto era divenuto la vita di tutti i giorni.
- Maria!
- Sono qui, caro.
Giuseppe la prese per mano - Stai bene? Perché non rispondevi?
- E' proprio necessario tornare?
- Non abbiamo mai venduto la casa, risultiamo ancora residenti là. Dobbiamo andare, altrimenti ci verranno a cercare. Quelli, lo sai, non si fanno certi scrupoli.
- Lo so. - disse Maria - Lo so.
- Sono tempi duri.
Maria annuì e si lasciò condurre alla macchina. Una vecchia station-wagon. Una Fiat. Comprata in un mercato dell'usato. Giuseppe si era lasciato sedurre dal marchio italiano. Mise in moto.
- Ci saranno dei problemi al confine? - chiese Maria.
- Penso di no. Abbiamo tutti i documenti in regola e, stiamo facendo quello che vogliono loro.
Maria annuì.
- Non ti preoccupare, - aggiunse Giuseppe inserendo la retromarcia - se stiamo lontani dalla striscia di Gaza, non avremo problemi.
Diede gas e l'auto si spostò dal viale antistante la bottega di falegnameria. Si fermarono sulla carreggiata, Giuseppe innestò la prima e guardò nuovamente la moglie - In partenza! - sorrise.
Maria guardò il volto preoccupato del marito. Cercava una conferma da lei. Anche lui era travolto dagli eventi, traumatizzato dalle scelte sbagliate, impaurito da quelle che stava per compiere. Aveva cercato di scherzare, di ripetere un vecchio rituale. Quella frase, che lui aveva detto a lei ogni volta che, da ragazzini, erano usciti la sera per stare assieme. Aveva sorriso, lo stesso sorriso del Giuseppe che aveva conosciuto tanti anni prima. Beppe lo chiamava. Beppe. Aveva smesso da tanti anni di chiamarlo con quel nomignolo.
Maria allungò la mano e andò a toccare quella del marito - Dove mi porti, oggi, Beppe?
Giuseppe rise per qualche istante. Le rughe attorno agl'occhi sparirono. Il volto tornò sereno, rilassato, per qualche istante.
- Ti porto a vedere un bel posto.
Maria sorrise. Giuseppe diede gas e, l'auto, avanzò verso il proprio destino.
Ci vollero diverse ore perché Giuseppe e Maria raggiungessero il confine tra la Cisgiordania e lo stato di Israele. La loro auto venne fermata da due soldati in mimetica. Imbracciavano due M16 e si guardavano attorno come se potessero essere vittime di una aggressione in ogni momento. Fermarono l'auto, controllarono i documenti, fecero scendere Giuseppe e Maria per una perquisizione. Furono interrogati. Nel frattempo, qualcuno lontano alla loro vista controllava che i documenti fossero autentici. Poi venne controllata l'auto. Le valigie, le provviste. Furono rivoltati come un calzino. Ci volle un'ora buona per avere il via libera e continuare il viaggio.
Tornarono a bordo dell'auto. Maria per prima, si sedette nel posto del passeggero e si accarezzò il ventre. Guardava Giuseppe parlare con uno dei due soldati che li aveva fermati. Poi vide Giuseppe annuire, ringraziare, addirittura con una pacca sulla spalla da parte del militare. Salì a bordo.
- Tutto a posto?
- Si, - disse Giuseppe alla Moglie - tutto a posto.
- Cosa voleva quel soldato?
- Niente!
Maria rimase in silenzio interdetta. Giuseppe colse l'occasione per partire e salutare i militari che si voltarono ad osservare la sua Fiat mentre si allontanava.
- Non dovresti nascondermi le cose...
- Cosa?
- Tu mi stai nascondendo qualcosa.
- No, ma che dici?
- Quel soldato ti ha detto qualcosa.
- Si... - Giuseppe esitò - E allora?
- Voglio sapere cosa ti ha detto.
- Niente!
- No... non niente! - disse lei urlando.
- Adesso non diventarmi isterica, ti prego. - sbuffò Giuseppe tenendo il volante stretto come fosse l'oggetto più importante della sua vita. Non staccava gli occhi dalla strada e la seguiva scrupolosamente, lento, attento ad ogni buca e zona d'ombra.
- Non sono isterica. Sei tu che...
- Maria! - esclamò Giuseppe - Se urli così finirai per fare del male al bambino. Cerca di stare tranquilla.
- No, no.
- Ora lasciami guidare e non ti preoccupare. Quel soldato non mi ha detto niente!
Rimasero in silenzio a lungo. Il sole stava calando e non avevano ancora raggiunto un centro abitato. Tel Aviv non era tanto lontana, ma tra la loro posizione e la città dovevano esserci almeno due o trecento chilometri di strada tortuosa. Maria era visibilmente stanca per il viaggio. Si teneva stretta la pancia. Teneva chiusi gli occhi ma si vedeva che non era addormentata. Stava pensando, era tormentata, specie dopo che lui si era rifiutato di raccontarle ciò che gli aveva detto il soldato. Ma come poteva dirle una cosa del genere? Come poteva dirle che la zona era fuori controllo e che in giro c'erano dei gruppi militanti palestinesi armati di tutto punto? Come poteva?
L'importante era non rimanere per strada di notte. Doveva assolutamente trovare un posto dove rifugiarsi. Ma nel buio della notte non vedeva neppure una luce lontana. Nemmeno una fattoria, un paese, Niente!
Continuava a guidare, lento. Osservava la strada, controllava l'orizzonte. Potevano esserci delle mine ovunque. Un passo falso e sarebbero esplosi, saltati in aria, svaniti in un pulviscolo sabbioso. Maria si era voltata e lo guardava in volto. Era preoccupata e nei suoi occhi leggeva la sua stessa preoccupazione. Era buio, aveva paura. Doveva trovare un posto dove fermarsi.
Davanti a se il cielo si mostrava nella sua stupefacente bellezza. Quel buio, quell'assenza di civiltà per chilometri e chilometri era un toccasana per l'osservazione astronomica. Il cielo era talmente limpido che si poteva osservare ad occhio nudo l'evento cosmologico del momento. Lo aveva letto su internet. Ne avevano parlato tutti i giornali. La cometa Holmes era diventata luminescente oltre ogni previsione. Non c'erano motivi apparenti per questo strano fenomeno cosmologico. Forse l'impatto con un altro corpo celeste, forse una specie di esplosione interna. Nessuno poteva saperlo ma, a Giuseppe ciò non interessava. Quella cometa era dannatamente bella e luminosa nel cielo. Aveva letto che era diventata più grande del Sole. Incredibile. Quegli eventi cosmologici non finivano mai di affascinarlo e stupirlo. Gli facevano capire quanto lui fosse piccolo e insignificante in confronto a loro. Quanto inutili fossero le sue fatiche, quanto inutili fossero le guerre dell'uomo in confronto a quei corpi celesti capaci di attraversare l'intera galassia. Guardava la strada, guardava la cometa, guardava il volto di Maria. La sua Maria. Poi di nuovo la cometa, dritta davanti a lui, magnetica e seducente.
Poi ci fu l'urlo, un tonfo silenzioso, il salto e lo scontro con le rocce.
Era stata Maria ad urlare. Si era accorta che Giuseppe aveva cominciato a guidare senza seguire la strada. Seguiva la cometa, dritta davanti a lui, e quando la strada aveva girato verso sinistra, lui aveva proseguito dritto. La macchina aveva superato un terrapieno, aveva compiuto un piccolo balzo e poi era atterrata contro una roccia, rovinosamente.
Giuseppe sbatté il naso contro il volante. Non si era legato con le cinture. Il sangue usciva copioso ma non aveva perso conoscenza. Osservava la moglie, che invece era rimasta incolume. Il naso gli faceva male. Forse se l'era rotto, forse.
Maria era preoccupata. Lo guardava ma non parlava.
- Stai bene? - chiese lui per rompere quel silenzio interminabile.
Maria annuì, sempre silenziosa. Si era strappata una parte della sua veste per tamponare la perdita di sangue del marito.
Giuseppe grugnì per il dolore.
- Dici che ci hanno sentito?
- Sentito? Chi? - chiedeva Maria finendo di tamponare la ferita del marito. Il naso si stava gonfiando. Si vedeva il segno in cui si era lacerata la carne. L'osso, però, sembrava in ordine.
- I palestinesi. - si lasciò scappare Giuseppe.
- I palestinesi?
Giuseppe annuì guardandosi attorno - Sembra che ci siano dei gruppi di guerriglieri in questa zona.
- Cosa aspettavi a dirmelo? - gridò la donna, presa da una rabbia inconsapevole - Che ci sparassero addosso?
- Abbassa la voce, per favore. - disse Giuseppe facendole segno con le mani di stare tranquilla.
- Come puoi dirmi di abbassare la voce, tu, che mi hai mentito fino a questo momento. Hai messo in pericolo la vita di tua moglie, del tuo futuro figlio e, per che cosa?
- Maria, ti prego...
- E adesso? Qui, in mezzo al nulla, mi vieni a dire che potrebbero apparire da un momento all'altro un gruppo di palestinesi armati fino ai tenti?
Giuseppe guardò il volto isterico della moglie e, senza preavviso, lo colpì con un sonoro schiaffo - Vuoi che arrivino qui? Che scoprano dove siamo? No? Allora, ti prego, sta zitta! - disse.
La moglie ammutolì all'istante e cominciò a guardarsi attorno.
- Pensi che ci abbiano sentito?
Giuseppe scosse la testa - Non lo so. - disse - Ma non possiamo restare qui.
- Cosa pensi di fare?
- Andiamo a piedi.
- Dove? - il volto di Maria era spaventato, sull'orlo di una nuova crisi. Tutti quegli shock non potevano certo fare bene ne a lei, ne al figlio che portava in grembo.
- Fidati.
Il sogno, quel sogno ricorrente. Doveva seguire la cometa. Ma certo non poteva dire a Maria che stava facendo ciò che aveva visto in sogno. No, doveva dare l'idea di sapere esattamente dove stava andando. Fortunatamente Maria non era più in grado di discutere e si affidava a lui in tutto e per tutto. Era veramente stanca, sfinita, esaurita. Non avrebbe potuto camminare a lungo e, lui era molto preoccupato. Cosa sarebbe successo a tutti loro se...
Giuseppe si fermò di scatto. Maria lo imitò e lo guardò incuriosita. L'uomo stava guardando davanti a se. Rideva, rideva sottovoce ma, rideva. Indicava con l'indice della mano destra. Maria non riusciva a capire. Poi vide. La mangiatoia, la grotta leggermente illuminata dai bagliori della cometa di Holmes, davanti a loro.
- Voi fermarti lì? - chiese.
Giuseppe annuì - Non puoi proseguire. Sei troppo stanca.
Maria annuì. Sentendo le parole del marito si rese conto che le sue gambe facevano fatica a sorreggerla, era come se stesse trasportando sulle sue spalle tutto il peso del mondo. Entrarono. All'interno c'era un certo tepore. Un bue dormiva in un angolo. Un asino, sul lato opposto della grotta, li osservava incuriosito e per niente innervosito. Giuseppe prese un po' della paglia e la sistemò per creare un giaciglio alla moglie. Poi, quando fu sicuro che tutto era a posto, si sistemò davanti all'ingresso per controllare che non si avvicinasse nessuno.
La notte era buia e fredda. Un brivido lo colse all'improvviso. Si sentiva al sicuro e aveva la sensazione che non avesse alcun senso stare lì fuori a fare la guardia. Decise di rientrare. Sua moglie si era assopita. Dormiva tranquilla. Si accovacciò al suo fianco, per cercare di scaldarla col calore del suo corpo. Lei, immediatamente, lo circondò in un abbraccio insperato.
Dormirono profondamente, a lungo, senza che nulla potesse disturbare il loro sonno. Era stata una giornata interminabile.
Due, tre ore. Passarono veloci. Giuseppe aprì gli occhi per colpa di una strana sensazione. Si sentiva osservato. Aprì gli occhi, la penombra della grotta non aiutava certo la sua vista a riprendersi dopo il sonno ristoratore ma, era convinto di avere una persona davanti a se. Poi l'uomo parlò. Un saluto in israeliano. Si sollevò di scatto ma, subito, l'uomo lo tranquillizzò - Vengo in pace. - disse.
Giuseppe lo guardò in volto. Era un pastore. Vestiva con abiti poveri, legati alla tradizione, e indossava un turbante malridotto. I suoi occhi, però, non guardavano lui bensì Maria.
Maria, ancora addormentata, si agitava e lamentava in modo violento.
- Credo che sia il momento, - disse l'uomo - forse è meglio che vi lasci soli e che torni dai miei compagni di viaggio.
- Compagni di viaggio?
L'uomo annuì silenzioso - Veniamo da lontano, portiamo dei doni per il nascituro.
Giuseppe non riuscì a credere alle sue orecchie - Voi... voi sapevate che noi...
L'uomo annuì - Ci è stato mandato un messaggio nel sonno. Siamo partiti, non potevamo che rispettare il volere del Divino.
Giuseppe annuì e tornò a dedicare le sue attenzioni alla moglie. Il visitatore uscì dalla grotta.
Fu un travaglio lungo, doloroso, difficile. Giuseppe non sapeva nulla di medicina, ne sapeva bene come comportarsi in una situazione del genere. Sperava solo che andasse tutto bene, che il bambino fosse nella posizione giusta e non ci fossero complicazioni. Maria sembrava agitata, impaurita, ma almeno da parte sua aveva le conoscenze ancestrali che ogni donna possiede sul parto. Furono minuti intensi. Urla, respiri, sudore, fatica, imprecazioni, ma alla fine, ci fu il pianto liberatorio. Il bimbo pianse, gridò, strillò la sua venuta al mondo. Maria giaceva a terra stremata. Sorrideva, il suo bambino era nato. Venne reciso il cordone ombelicale. Giuseppe usò la sua camicia per pulire il piccolo e avvolgerlo in un maglione che potesse proteggerlo dal freddo. Poi lo mostrò alla moglie - Ciao, - disse lei - io sono la mamma.
Il piccolo allungò una mano alla cieca, afferrò il dito che Maria gli aveva offerto. Borbottò indeciso ma, alla fine, fece una risatina di soddisfazione. Giuseppe osservò madre e figlio, sorrise.
Maria lo vide e rise pure lei - E' nostro figlio, Giuseppe, ci pensi?
Giuseppe annuì - Come pensi di chiamarlo?
Maria si guardò attorno - Credo che non abbiamo molte scelte in proposito, - disse - Il bue, l'asinello, la mangiatoia...
Proprio in quel momento i tre viaggiatori fecero il loro ingresso nella grotta. Avanzarono con il capo chino. Portavano dei doni. Giuseppe li accolse, li fece accomodare attorno alla mangiatoia. Poi, prese il piccolo dall'abbraccio della madre e lo mostrò ai tre nuovi venuti. Loro lo accolsero con gioia e, poi, osservarono il padre riporre il piccolo nella mangiatoia.
Il sole, all'esterno, stava sorgendo e, con esso, un nuovo giorno aveva inizio.
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