LA POESIA DEL CANTAPENSIERO - FRANCESCO GUCCINI
Autore: giuseppeiannozzi

Data: Sabato, 17 febbraio alle ore 17:05:59
Argomento: Life as Moai


Non è facile parlare di Francesco Guccini, forse il maggior poeta-cantautore vivente, il più impegnato cantautore italiano la cui statura artistica è stata esaltata da personaggi quali Pier Vittorio Tondelli, Dario Fo, Enzo Biagi, Umberto Eco, Stefano Benni. Tutti, o quasi, hanno detto la loro a proposito di Francesco. Almeno tre generazioni si sono beate ed esaltate ascoltando le sue canzoni, ma come ci ricorda Francesco nel testo di “Stagioni”, i compagni d’un tempo sono andati o perduti e qualcuno si è pure venduto.


“Stagioni” è brano che compare nel penultimo lavoro in studio del cantautore modenese intelligentemente volgare ed è una delle canzoni maggiormente politiche di Guccini: in un momento storico, che vede il qualunquismo prepotentemente di moda, il cantautore non si tira indietro e continua a portare avanti la coerenza poetica insieme a quella politica che da sempre gli intellettuali e la gente comune gli riconosce. Anche in “Addio”, altro brano contenuto nell’album, Francesco dice addio alle mode, alla globalizzazione, alla new age, ai ceroni degli eterni non invecchiati. Francesco con le sue parole musicate è poeta tout court, ma guai a dirglielo così bellamente, su due piedi, perché il cantautore modenese non ama dirsi poeta.

Ebbe modo di dire Pier Vittorio Tondelli a proposito di Guccini: “Francesco Guccini diventò, per anni e anni, fino all’università e anche oltre, la colonna sonora di quel mio passato irrequieto e provinciale, conteso fra i treni rugginosi che mi portavano vero Bologna e le highways californiane dei miei scrittori preferiti, che mi portavano, con la fantasia, nel territorio del mito americano. Tramite Guccini studiai, per la prima volta seriamente, il greco.
Scoprii che Guccini era un poeta conviviale del ventesimo secolo, come lo erano Alceo e Orazio nei loro tempi.”

E il premio Nobel Dario Fo ha avuto modo di esprimersi così: “Quella di Guccini è la voce di quello che un tempo si diceva il ‘movimento’. Oggi, semplicemente una voce di gioventù. E cioè di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c’è un discorso interminabile: sull’ironia, sull’amicizia, sulla solidarietà.” Ma c’è anche la voce di Umberto Eco a dire belle parole nei confronti del modenese della locomotiva: “Guccini è forse il più colto dei cantautori in circolazione: la sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti. Guccini è un cantore da vaste pianure. Guccini è omerico, procede per agglomerazione, ha una gran sfacciataggine nell’osare una metafora dietro l’altra.” A chi oggi gli rimprovera di scrivere “canzonette”, posso solo rispondere che, probabilmente, non ha vissuto appieno la cultura della sua generazione o, molto più probabilmente, non è stato in grado di operare una severa esegesi dei movimenti culturali e politici del suo tempo.

Difficile, ma non impossibile, credere che oggi qualcuno possa rimproverare a Guccini di scrivere “canzonette”: Francesco Guccini, non credo di sbagliare, è l’Omero del secolo appena trascorso, cantautore geniale che nel Duemila continua a rimanere fedele a sé stesso. In ogni suo testo c’è una storia che vale quanto cento libri, c’è una capacità di sintesi unica, forse non immediata come quella di Fabrizio De André, decisamente irrobustita da colti riferimenti culturali, ma non per questo scevra di valori sogni ambizioni e ideali. Roberto Cotroneo spiega che “ironia, senso della storia, capacità di indignarsi, impegno politico vissuto con sospetto, curiosità verso il mondo” sonogli elementi precipui della poesia gucciniana. Gli si rimprovera di non essere un poeta della canzone come De André, ma Francesco non si è mai detto poeta, e la testimonianza è ne “L’Avvelenata”: Voi critici, voi personaggi austeri/ militanti severi / chiedo scusa a vossia/ però non ho mai detto che a canzoni/ si fan rivoluzioni, / si possa far poesia. Forse è vero che Guccini non è un poeta, ma semplicemente perché non è sua volontà esserlo e non di certo per incapacità. Bisogna giustamente sottolineare che la poetica gucciniana, a differenza di quella di Fabrizio De André scevra di riferimenti colti ma solo presi a prestito dalla gente che amava (la qual cosa non è affatto un difetto), è “colta”, o meglio, “omerica” e investe la tradizione popolare ma anche quella politica; il modenese non risparmia strali ironici quanto velenosi contro le idiozie della cultura della politica del sociale. In “Nostra Signora dell’Ipocrisia” possiamo leggere: “La domenica di Mezza Quaresima/ fu processione di etere di Stato dai puttanieri a diversi pollici/ dai furbi del chi ha dato ha dato/ ed echeggiarono tutte le sere,/ come rintocchi schioccanti a morto,/ amen, mea culpa e miserere/ ma neanche un cane che sia risorto”  Gli attacchi che il modenese muove contro all’Ipocrisia è forte: non risparmia, tramortisce l’ascoltatore, lo inebria e lo prende per i fondelli. Ma l’intellighenzia a cui fa riferimento il cantautore non è quella dei salotti letterari, delle maldicenze sciorinate tra una coppa di champagne e una mazzetta, è piuttosto quella più genuinamente barbara che corre di bocca in bocca, quella della gente che ama pensare e recitare Dante a memoria.

Roberto Vecchioni
definisce Guccini un “cantapensiero”, e forse è vero. Guccini canta “il pensiero” e lo traduce inconsapevolmente in poesia, ma la sua poesia dev’essere intesa ed interpretata per mezzo di una esegesi extratestuale, altrimenti il rischio è quello di affibbiare immeritata etichetta di comodo al cantapensiero. Umberto Eco spiega che Guccini è il nostro cantautore più colto, mentre Vecchioni, amico del cantapensiero modenese, si esprime in altri termini: “Il non colto, il vagheggiato, la fuga del tempo, la labilità dell’amore, ma pure il senso del porto, il luogo natale, così come la provvisorietà e l’incommensurabile dolcezza di alcuni attimi di vita sono alla base del suo concetto di ‘medesimezza umana’ (come diceva Gramsci), per il quale è sintomatica la ‘canzone quasi d’amore’. La ‘medesimezza’ è un’uguaglianza esistenziale fra gli uomini che si coglie solo a cercarla, a pensarla: non appare e non te la senti addosso se svicoli o ti perdi negli effetti e nella funzione del quotidiano.” Francesco Guccini non offre soluzioni, non dice che le canzoni possono “fare/promuovere” rivoluzioni: come ho già detto, l’attenzione del cantapensiero è omerica, è quella di uno che raccoglie i pensieri della gente, le delusioni, gli amori, la vita, e li traduce in canzoni. Emblematico e riuscito esempio di questo modo di saper raccontare la vita con un “che” di colto è nella canzone “Il Frate”: “Dopo un bicchiere di vino,/ con frasi un po' ironiche e amare,/ parlava in tedesco e in latino,/ parlava di Dio e Schopenhauer./ E parlava, parlava,/ con me che lo stavo a sentire/ mentre la sera d'estate/ non voleva morire./ Viveva di tutto e di niente:/ di vino che muove i ricordi, /di carità della gente, di dei e filosofi sordi.”  E’ Francesco Guccini a spiegare il senso di questa canzone: “In questa canzone parlo di un personaggio pavanese, emiliano perché di là dal fiume, un vecchio alcolista amico di mio babbo. Si chiamava Mario Pieraccini, ma per tutti era “Al fra’”, anche se spretato. Si adattava a fare di tutto: il piastrellista e ogni tipo di lavoro saltuario, come portare carichi enormi di fascine. I ragazzi lo deridevano e lui rispondeva in latino. Vestiva di stracci e discuteva di filosofia. Quando seppe della canzone impazzì dalla gioia. Da allora, però, quando lo vedevo da lontano, cercavo di evitarlo, perché sapevo che mi avrebbe attaccato un bottone fulminante.” 

 Sempre Roberto Cotroneo: “Se si potesse semplificare: gli anni Settanta sono l’impegno e il disordine, il tentativo di capire quale sia la strada che si è imboccata. Gli Ottanta sono scenari intimisti, sono sfumature di colore, sono uno sguardo diverso verso il mondo. Coi Novanta tutto cambia ancora: “Battezzai gli anni Novanta con la negazione di ‘Quelli che non…’ Una negazione che tutti hanno definito montaliana e che invece è, più semplicemente, lo sfogo di uno che scopre di vivere con una persona che non lo considera più molto. (Francesco Guccini)” E’ sempre Cotroneo a parlare: “Se dovessi scommettere su qualche cosa, direi che Guccini si avvia silenzioso verso la letteratura. Cròniche Epafàniche è pubblicato da Feltrinelli nel 1989. Poi Vacca d’un cane, La Cena, Macaronì, Un disco dei Platters e il Dizionario Italiano-Pavanese. Ma non si ha mai la sensazione della separazione tra i due lavori: c’è una assoluta continuità. Come non ho mai la sensazione che la musica sia in Guccini qualcosa di separato dal divertimento di suonare insieme.” E Vincenzo Cerami: “Se dovessi azzardare, in due parole, qual è il denominatore comune dei testi di Guccini direi che è la gioia dell’impegno, la gioia di combattere le ingiustizie, la gioia di non essere come quest’Italia egoista e volgare vorrebbe che fossimo. Piuttosto è l’epoca in sui si voleva una vita spericolata a essere in coma, l’epoca della musica fru fru, intentata più dal mercato che dagli artisti. Non ce lo dice solo il successo di Guccini, ma anche la dilagante ed esaltante riscoperta di un poeta come De André… Nelle nuove generazioni il desiderio di uscire dal chiuso orizzonte individuale si diffonde rapidamente, ed è una boccata di ossigeno per chi si stava già rassegnando all’indifferenza generale. Non si spiega altrimenti questa larga, improvvisa riscoperta di Francesco Guccini, specialmente tra gli adolescenti e gli studenti delle medie. Da oggi i nostri cantautori dovranno prendere atto di questo fenomeno, emerso sorprendentemente quando nessuno se lo aspettava. Al Palaeur ho scoperto che molti ragazzi vogliono essere conto: una magnifica notizia (Da “Musica”, “La Repubblica”, 13 aprile 2000).”
A questo punto potrei fare una retrospettiva e segnalare Eugenio Finardi, ma il discorso sarebbe lungo e, probabilmente, noioso. Dirò solo che negli anni Settanta, Finardi rockettaro e cantautore, riscuoteva molto più successo rispetto a Francesco Guccini: le sue canzoni erano “bastarde” e simbolo di quegli anni. Impossibile non ricordare “Scimmia”, la canzone-manifesto di tutti i tossici degli anni Settanta e che ancor oggi viene osannata da molti, e molti, purtroppo, vorrebbero che la canzone Finardi la cantasse ancora ai suoi concerti. Ma il Finardi degli anni Settanta è morto e non la canta più. Ormai si è disintossicato. Sia chiaro, è stato un bene che abbia rinnegato la vecchia fede nella droga, mentre sbagliato è che abbia rinnegato quei valori propagandati negli anni Settanta, quelli che sublimavano la libertà l’amore la giustizia politica e sociale. Si ha l’impressione che Finardi, in quegli anni, sia stato semplicemente un burattino nelle mani delle case discografiche che volevano promuovere un personaggio anticonformista a tutti i costi. Il Finardi che oggi scrive è tristemente abulico, infognato in una melanconia a formula vuota non dissimile da quella portata avanti da finti cantautori come Tiziano Ferro e altri bambocci del genere. Era questa una parentesi utile solo ad evidenziare il contesto musicale in cui si è sviluppata la sensibilità artistica e umana di Guccini. 

Breve orgogliosa umile vita
del Modenese oggi in Via Paolo Fabbri 43
Francesco Guccini nasce a Modena il 14 giugno del 1940 e trascorre i primi anni della sua vita a Pavana. La madre, Ester Prandi, presto si rifugia nella casa dei nonni paterni; è l’inizio della Seconda Guerra Mondiale che vede la partenza, come soldato, del padre Ferruccio. Nell’entroterra toscano, giardino felice quasi fuori del tempo, Francesco impara a parlare, osservare, piangere, ridere e desiderare ricevendo quello che lui stesso definisce il tipico “imprinting pavanese”. Nel 1945, Francesco e la famiglia fanno ritorno a Modena dove il futuro cantapensiero porta a termine la scuola dell’obbligo, le magistrali. Di ritorno da Pesaro nelle Marche, dopo una breve quanto infelice esperienza come istitutore, Francesco lavora in qualità di  reporter alla “Gazzetta dell’Emilia”: un impegno che lo diverte e delude per circa due intensi anni. Nel 1961 Guccini si trasferisce di nuovo insieme alla famiglia a Bologna; dopo il servizio militare, decide di iscriversi alla facoltà di Magistero.

Il nome Francesco Guccini comincia a prendere piede, dopo varie esperienze musicali giovanili, finalmente nel novembre del ‘64 con “Noi non ci saremo” ed “Auschwitz”, registrate poi da “I Nomadi”, mentre “Noi non ci saremo” è stata recentemente riarrangiata dal Consorzio Suonatori Indipendenti nel Vol. 1, “Noi non ci saremo”. “Dio è morto”, canzone-bandiera di tante generazioni, vale a Francesco il primo contratto con la EMI. Insieme a Fabrizio De André, Francesco Guccini è cantautore come Bob Dylan e Leonard Cohen. Nel ‘67 esce il primo 33 giri, “Folk Beat N.1”: il successo decretato fu praticamente uguale a nulla. Ma si sa, Guccini non canta e non scrive per “vendere”, comunque non solo. Il terzo album, “L’isola non trovata”, uscito nel lontano 1971, viene detto dallo stesso Francesco come il primo disco legato da piccoli fili rossi che sono trame per l’irrazionalità e l’esotismo. In seguito, con l’album “Radici”, il più amato da Guccini-cantapensiero, disco che accoglie canzoni storiche, “Radici”, “Piccola Città”, “Incontro”, “Canzone dei dodici mesi”, “Canzone della bambina portoghese”, “Il vecchio e il bambino” e “La Locomotiva”, Francesco conosce un grande riscontro di pubblico, anche se la critica continua a restare diffidente e quasi non partecipe della grandezza che ormai sta investendo il giovane Guccini. Dopo due anni di quasi silenzio, Francesco esce con un album sorprendente: “Opera buffa”, una sorta di cabaret-teatro le cui tinte ironiche e irridenti, a tratti amare, sorprendono e spiazzano quanti hanno imparato ad amare il Guccini di “Radici”. “Opera buffa” è quasi un concept, una storia che racconta storie di vita quotidiana, ma che perlustra anche le latebre della Genesi umana, i suoi vizi e amori, e soprattutto il “ridicolo buffo” che è in ogni uomo che vive le storie della vita e non sa spiegare perché accadono. “Il bello”, “Di mamme ce n’è una sola”, “La Genesi”, “Fantoni Cesira”, “Talkin’ sul sesso”, “La Fiera di San Lazzaro”, sei tracce per uno dei migliori album del cantapensiero modenese, un ritratto perfetto dell’umanità e della sua genesi: “Per capire la nostra storia bisogna farsi ad un tempo remoto: / c’era un vecchio con la barba bianca, lui, la sua barba, ed il resto era vuoto./ Voi capirete che in tale frangente quel vecchio solo lassù si annoiava, /si aggiunga a questo che, inspiegabilmente, nessuno aveva la TV inventata.../ Beh, poco male, pensò il vecchio un giorno, a questo affare ci penserò io:/ sembra impossibile, ma in roba del genere, modestia a parte, ci so far da Dio!/ “Dixit”, ma poi toccò un filo scoperto, prese la scossa, ci fu un gran boato:/ come TV non valeva un bel niente, ma l’Universo era stato creato... / Come son bravo che, a tempo perso, ti ho creato l’Universo!/ Non mi sembra per niente male, sono davvero un tipo geniale!” (Da “La Genesi, Opera Buffa, 1973, Francesco Guccini) Guccini in questo concept è un po’ come il migliore Dario Fo.

Gli anni Settanta regalano a Guccini un certo successo di critica e di pubblico con canzoni memorabili diventate ormai patrimonio del grande cantautorato italiano, quello intelligente e impegnato; impossibile non ricordare “L’avvelenata" (canzone che gli Articolo 31 cantano anche ai loro concerti e che vorrebbero essere inserita come materia di studio nei libri scolastici), “Piccola storia ignobile”, “Via Paolo Fabbri 43”, “Eskimo”, “Amerigo”, “Bisanzio”, “Venezia”, “Bologna”, “Lager”.

Al successo degli anni Settanta segue un periodo di tre anni di silenzio prima dell’uscita  nel 1987 dell’album “Signora Bovary”, che accoglie canzoni quali “Culodritto” e “Van Loon” dedicate alla figlia Teresa e al padre scomparso, Ferruccio. Gli anni ‘90 sono per il cantapensiero modenese una seconda giovinezza; instancabile, Guccini scrive “Farewell”, “Samatha”, “Cyrano”, “Vorrei”, “Canzone per Silvia” e “Nostra signoria dell’ipocrisia”, che bene o male tutti conosciamo e che riflettono un approccio quasi montaliano con l’arte del saper fare poesia.

Nel 1992 a Franceso Guccini è anche stato conferito il premio Librex-Guggenheim Eugenio Montale per la sezione “Versi in musica” con la seguente motivazione: “Per la capacità di trasfigurare delle grandi tematiche socioculturali in parabole ricche di pathos e di inventiva formale, con una sensibilità poetica che lo dispone ai toni dell’elegia e della favola.”

Ma Guccini, nel suo eclettismo, sa essere anche ottimo romanziere, così bravo da far impallidire tante penne post-tondelliane e firme italiane: nel 1989, per i tipi Feltrinelli, esce il romanzo “Cròniche Epafàniche” a cui fanno seguito “Vacca d’un cane” (1993), “Racconti d’inverno”, edito da Mondadori in collaborazione con Giogio Cella e Valerio Massimo Manfredi, “La legge del bar e altre storie” (1996). Risale al 1997 il suo esordio nella letteratura di genere con un raffinatissimo noir, “Macaronì”, firmato anche dalla penna bolognese di Loriano Macchiavelli. Seguono, sempre insieme a Loriano Macchiavelli, “Un disco dei Platters”, “Questo sangue che impasta la guerra”. E nel 2002, il duo Guccini-Macchiavelli dà alle stampe “Lo spirito e altri briganti”. Gialli che fanno impallidire il migliore Carlo Lucarelli, Andrea Pinketts e l’ultimo comico di turno Giorgio Faletti inventatosi giallista dopo le innumerevoli parentesi come comico, attore, cantautore. Le storie del duo Guccini/Macchiavelli sono equilibrate, ritmate al punto giusto, storie che si lasciano leggere e rileggere come i migliori lavori di Eraldo Baldini. Non sono semplicemente gialli: sono qualcosa di più. Ma soprattutto non sono romanzetti modaioli scritti per inventarsi romanzieri. Guccini è un romanziere nato, ce l’ha nel sangue la capacità di scrivere e saper raccontare senza annoiare, mentre Faletti, ad esempio, ha bisogno di tante e tante trasfusioni di sangue per dar alle stampe un “giallo pallido” che durerà giusto il tempo della moda inventata dall’editoria sempre in cerca di nomi famosi da investire sul mercato come nuovi rigenerati talenti letterari.

Oggi Francesco Guccini passa, per lo più, le sue giornate a Bologna in Via Paolo Fabbri 43, via mitica che è anche una canzone, tra le più conosciute del repertorio del cantautore-cantapensiero.

Lo scrittore Francesco Guccini
Francesco Guccini scrittore. Se non impossibile, è difficile inquadrare il lavoro letterario di Guccini, che rifiuta i classici cliché della letteratura umanistica e di quella di genere. E’ più giusto dire che, sapientemente, Guccini riesce là dove molti suoi colleghi falliscono in maniera clamorosa: anche quando scrive dei gialli, Guccini non ricusa le sue proprie radici umane e culturali, così ci troviamo a fare i conti con una letteratura che ha il sapore dolce, umile, caloroso della “parlata”. Potrebbe sembrare una tara pregiudiziale, ma la penna di Guccini sa essere oltre gli stereotipi, le macchiette del giallo o del noir. La scrittura gucciniana evade gli stereotipi tipici del genere giallo pur mantenendone tutte le caratteristiche utili a concentrare l’attenzione del lettore; ma è anche profondamente umanistica, uno stile moderno ma che rivede le peculiarità stilistiche di Cervantes e Rabelais. La grande capacità di Guccini è quella di essere un attento osservatore e saper tradurre in immagini icastiche, a tratti donchisciottesche, le realtà poliformi che invadono il territorio umano, quello della conoscenza. Conoscere è saper osservare, saper osservare significa dar corpo a un paesaggio umano popolato sì da macchiette, ma che vivono una loro propria autonomia, in quanto diventano tali nel momento in cui il lettore si accorge che un determinato personaggio tratteggiato dall’autore potrebbe benissimo essere il suo vicino di casa. Gli stereotipi abusati dalla letteratura di genere, e non, sono ormai una prassi consumata che decretano il successo di uno scrittore nell’arco d’un tempo limitato alla moda del momento, mentre le macchiette gucciniane sono realistiche perché non inventate dalla fantasia dell’autore ma già esistenti nella natura umana, nella sua geografia.

Il linguaggio è quello sapiente della grande letteratura che non si dimentica; anche là dove Guccini osa metafore e dialetto, è impossibile scivolare via dall’ordito della trama che è una lingua capace di avvolgere e inebriare il lettore, come un vino bevuto in compagnia di amici. Un po’ elegia, un po’ metafora della vita, un po’ ironico irriverente sguardo al malcostume italiano, la sapienza della penna di Guccini riesce a tratteggiare storie memorabili e durature.

Guccini, Francesco, ha incontrato la letteratura relativamente tardi; eppure la freschezza delle sue storie è quella di un giovane solo un po’ grigio, ma sempre forte, uguale a sé stesso. La sua lingua è di rara perfezione, forse l’azzardo potrebbe essere di accostarlo a un Léo Malet italiano, però un Malet la cui grammatica poetica non tende all’esistenzialismo, piuttosto disegna una geografia umana abusata ma che non si lascia né piegare né plagiare dalle avversità, dallo spirito dei tempi, dal dramma neoberlusconiano. Francesco Guccini, insieme a Loriano Machiavelli, si conferma come il migliore giallista italiano: le sue storie sono una riscoperta a ogni lettura, riassunto della memoria, della storia, della vita che può essere tradotta in giallo ma che sempre, o quasi, trova una soluzione, anche se questa non è mai abituata a consumarsi nel facile ed esperito cliché del “vogliamoci tutti bene” perché in fondo, in fondo, la realtà non esiste e l’uomo è un fallimento. Guccini ha la forza espressiva genuina di chi sa ascoltare e dichiarare senza mezzi termini che la società è malata, ma non per questo occorre allontanarsi da essa per tentare voli pindarici in sogni abusati o, peggio, passare dall’altra parte, quella che oggi mette i chiodi a braccia e gambe di tanti poveri cristi, di noi, che nostro malgrado, siamo disperatamente italiani contro. C’è ironia nella scrittura di Guccini, ma anche amarezza, perché consapevole che la vita, quella di tutti, è essenzialmente un “giallo” irrisolto, e nella vita, quella reale, quasi mai le soluzioni sono a portata di mano o di istinto; accade invece che la vita non abbia una soluzione, ma solo un abbozzo di verità, e quindi “se ne muore” nell’esistenza quotidiana come qualcosa di irrisolto. Il dramma umano che Guccini disegna è reale, non ha bisogno di inutili macchiette di genere: per dar corpo ai suoi personaggi, Guccini guarda l’intorno e lo scopre reale, molto di più di una fantasia o di una invenzione letteraria. Questa sua capacità di grande osservatore è anche la sua grande forza espressiva, che non esito a definire potente come quella del migliore Ignazio Silone o del tragico ritrattista Cesare Pavese. Ma dentro, nella scrittura di Guccini, c’è anche un po’ di Cervantes, di Rabelais. C’è amarezza, ironia, consapevolezza, nei personaggi gucciniani: questi non sempre trovano giustificazioni agli accadimenti della vita, ma sanno cosa essa è, una “fontamara”, una compagnia, un po’ di vino, e “saper grattarsi al momento giusto nel punto giusto”.   

Cittanòva Blues
Prima di “Cittanòva Blues”, è d’obbligo fare un passo indietro, quando Guccini diede alle stampe un romanzo superbo, “Cròniche Epafàniche”: ebbe a dire Pier Vittorio Tondelli a proposito di questo primo lavoro di Francesco Guccini: “…con Cròniche Epafàniche (1989), la cui fruizione non sarà molto agevole, né massimamente comprensibile, a chi non ha esperienza del dialetto emiliano o, per essere più precisi, delle parlate tosco-modenesi che costituiscono la lingua di queste sue nuove narrazioni. Ma sarà una lettura anche divertente e interessante per chi coglierà, fin dalle prime righe, la voce profonda e arrotondata del nostro sommo cantastorie, vedrà la sua immagine, coglierà la sua ironia. Le battute, la sentimentalità vera di tutto un percorso e un lavoro artistico. Leggendo ripenso a Radici, a certi concerti in cui Guccini raccontava di Pavana e dell’Appennino, e già imbastiva, davanti al pubblico, i ricordi e gli aneddoti di un modo di vita, di un’infanzia che nel romanzo, oggi, sembra un po’ quella selvaggia di Tom Sawyer. La campagna, il fiume, il mulino, la descrizione degli ambienti della casa, le piccole leggende di paese, gli animali, gli oggetti di uso quotidiano, la bottiglia per macinare il sale, la marmellata nelle ‘tinozzine di legno chiaro’, l’uccisione del maiale, l’emigrazione, le cassette di mele e pere che profumavano i solai e le cantine per tutto l’inverno, le uova conservate nella calce… tutto questo non viene riportato alla ribalta del racconto con demagogia o perbenismo o la becera filosofia del ‘quando eravamo povera gente’. La miseria è miseria. La fatica, la povertà, anche la promiscuità di intere famiglie costrette a vivere nelle stesse stanze non hanno niente di poetico, né di aulico, e nessuno le rimpiange. Guccini preferisce fare di tutti questi ricordi una materia linguistica viva e narrata. Riesce con la sua capacità di cantastorie e cantautore a dare musicalità ai ricordi, ai modi di dire, ai personaggi. E così agisce sulla nostra memoria. Perché queste Cròniche sono potentemente reinventate sulla pagina e, nonostante l’accuratezza filologica, la scrittura è condotta su modelli letterari ben rintracciabili: cronache popolari, certo, ma anche il parlato selvaggio di certi narratori americani, lo slang degli anni sessanta e, perché no, anche la lingua immaginaria e carnale di un Rabelais.” E l’autore, Francesco Guccini, spiegò così il suo primo romanzo: “Sono storie di Pavana il mio paese, che si dipanano sul filo della memoria. Il racconto parte dalla vecchia casa dove abitavo, un mulino ad acqua. Come genere letterario potrei definirlo un falso minimalismo”. L’ideale seguito di “Cròniche Epafaniche” è “Vacca d’un Cane” pubblicato per i tipi Feltrinelli.

Oggi, a distanza di tanti anni, la trilogia nata sull’Appennino, attraversando in lungo e in largo i colli modenesi, si conclude con “Cittanòva Blues”.

“Cittanòva Blues”, come indica il titolo, è un lungo blues poetico che accoglie dialetto, gergo, modi di dire, giochi di parole: è un blues che non si piange addosso, ma che ritrae con estrema sapienza poetica gli anni Sessanta, i sogni di quegli anni, le illusioni, le vittorie e le tante sconfitte sociali e politiche, ma anche la musica: “... e fabulando del più e del meno gli avevi fatto la proposta, verresti a suonare con noi? Abbiamo un complesso così e così (allora si chiamavano complessi, ed erano di là da venire i tempi dei gruppi, e poi quello delle band, coma la band d’Affori). E lui, a piedi con altri sgobbi, scioltisi oramai i favolosi Golden Rock Boys (pensa tè) aveva accettato, con signorile superiorità.” (da Cittanòva Blues)

Francesco Guccini è un narratore nato, e con “Cittanòva Blues” ha dimostrato per l’ennesima volta di non essere secondo a nessun scrittore italiano che alza la voce per dichiararsi tale. Guccini è anche uno scrittore, ma non ce lo fa pesare, canta e scrive quando ne ha voglia. E tanto fa. “Ma io a comporre canzoni non ci pensavo proprio… sono sempre stati gli altri a venirmi a cercare, cominciando dall’Equipe 84 e dai Nomadi. Da ragazzo sognavo di fare il giornalista, al limite lo scrittore”, dichiara il cantautore quasi imbarazzato con assoluta modestia. Ed ecco “Cittanòva Blues” che racconta tragicomiche vicende di sesso più sognato che vissuto, ma anche le sventure del servizio militare, la ripresa degli studi universitari dopo la leva, i tentativi con la musica e i libri: «Altroché la mia prof. delle magistrali coi suoi “notate l’eleganza del panneggio”! L’italianista Ezio Raimondi parlava come se niente fosse di Bildungsroman, pronunciava oscuri termini francesi come langue e parole. Ero piovuto in un altro mondo».

Si aspettava questo libro da più di dieci anni. L’ansia è stata grande per molti, ma intanto ci siamo trastullati e ampiamente divertiti con le magistrali avventure del maresciallo Santovito scritte a quattro mani con Loriano Macchiavelli; recentemente il cantautore ha dichiarato che “non credo che continueremo. Il nostro maresciallo Santovito, che abbiamo portato a spasso dagli anni Quaranta ai Settanta attraverso l’Italia in trasformazione, è ormai troppo vecchio per misurarsi con l’attualità”.

Immaginiamo Bologna immersa negli anni Cinquanta, la Bologna che prometteva tutto e niente, quella che è poi diventata “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli/ col seno sul piano padano ed il culo sui colli,/ Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,/ Bologna la grassa e l’ umana già un poco Romagna e in odor di Toscana... / Bologna per me provinciale Parigi minore:/ mercati all’aperto, bistrots, della "rive gauche” l' odore/ con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l’assenzio cantava / ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare.”, ed immaginiamo gli anni Settanta sempre a Bologna, immaginiamo i musici degli anni Sessanta, una Bologna di lirici e comici picareschi, immaginiamo, ancora, la prima Cinquecento (il ‘Centoscudi’), la garconnière (il 'tràppolo'), la naia, le osterie di fuori porta, e immaginiamo ancora e ancora i sogni, i miti di allora, gli ‘andati’ e gli ‘arrivati’, chi si è perso per strada, chi invece si è dato via (s)venduto al business. Tutto questo è “Cittanòva blues”, un blues poetico con qualche rimpianto ironico ma sempre trattato con divertita ricostruzione affabulatoria. Siamo di fronte a un romanzo che è ‘grande’ Letteratura come non se ne vedeva da almeno un decennio a questa parte.

Guccini canta, attraverso la prosa in poesia, la sua biografia, che non è immersione in una identità solipsista: è invece respiro felice, un canto che avvolge tutti, perché la storia narrata è quella che ognuno di noi avrebbe potuto vivere se solo avesse prestato attenzione agli accadimenti del suo proprio tempo storico. Guccini racconta fatti che sembrano banali, quotidiani, e di fatto lo sono; ma Guccini è affabulatore geniale e traduce le semplici storie vissute sulla pelle in ‘storie narrate’ che vivono “di” e “con” sé stesse, attraverso lo spirito omerico che l’autore ha loro insufflato. Se un altro scrittore, o sedicente tale, avesse provato a raccontare la sua biografia, con tutta probabilità, avrebbe messo nero su bianco timide parole ridicole e forse tendenti alla paranoia. Ma lo stile del cantautore non è quello dei ‘tre semplici accordi’, o meglio, è anche questo, ma è soprattutto la capacità, non comune, di saper gestire magnificamente un pantheon di emozioni eventi ricordi, in una soluzione espositiva poetica, profondamente umana ed ironica.

Non si deve pensare a “Cittanòva blues” come a un canto disperato, è semmai vero il contrario: è prosa che riecheggia nelle passioni antropologiche di Guccini indagatore della natura, è poesia che mastica la lingua e il gergo, per travolgere il lettore in un mondo storico-sociale che ‘è stato’ ma che non è stato dimenticato, e il risultato è una sorta di dagherrotipia colorata a mano. E la mano che l’ha colorata è sapiente, estremamente. La semplicità dei tre accordi c’è, ma c’è anche la potenza evocativa dell’affabulatore che è (anche) poeta per natura istintiva.

Con “Cittanòva Blues”, Francesco Guccini è riuscito a dar vita ad un tempo passato senza arroccarsi in inutili e melensi rimpianti. E il cantautore così scruta nelle goffaggini, nelle durezze, nell’inerme euforia della giovinezza, dipingendo dagherrotipia di una provincia nella quale è impossibile non riconoscere sé stessi, l’attualità sociale che fu, ma anche, e soprattutto, gran parte della provincia italiana degli anni Sessanta, di una intera generazione vittima e carnefice dei suoi pregi e difetti. Dagherrotipia nulla affatto in posa di una intera generazione, che ha influenzato - forse in maniera determinante - le successive, che ha lottato, che ha sognato sogni impossibili ma che ha anche prodotto tanti errori, in questo romanzo omerico si ritroverà perfettamente ritratta, senza ceroni, né lifting né parrucche. Guccini non produce facili esaltazioni né ritrattazioni, né invocazioni nostalgiche né bilanci amari dettati dalla nostalgia, ma molto più semplicemente le dissonanze degli anni Sessanta.

Francesco Guccini si consegna alla storia della grande Letteratura Italiana e non, con modestia assoluta. “Cittanòva Blues”, un romanzo da avere, leggere, meditare, da assaporare parola dopo parola, pensiero dopo pensiero, episodio dopo episodio.

A proposito di Francesco Guccini:
alcuni eminenti pareri
“Se Fabrizio De Andrè è stato un poeta della canzone.

Se Francesco De Gregori è un intellettuale con la chitarra.

Guccini è la sintesi di entrambi.

Guccini non ha di De Andrè la immediatezza, la folgorazione.

Non ha il ragionamento distaccato di De Gregori.

Ma ha tutto il resto.

Ironia, senso della storia, capacità di indignarsi, impegno politico vissuto con sospetto, curiosità verso il mondo.”

Roberto Cotroneo - giornalista - scrittore

“Sapeste quante scopate che ci ho dato sulla schiena quando invece di studiare si metteva a suonare in camera sua con quelli dell’Equipe 84.”

Ester Prandi - la madre di Francesco Guccini

“Se dovessi azzardare, in due parole, qual è il denominatore comune dei testi di Guccini direi che è la gioia dell’impegno, la gioia di combattere le ingiustizie, la gioia di non essere come quell’Italia egoista e volgare vorrebbe che fossimo.”

Vincenzo Cerami - giornalista e scrittore

“Come suona la chitarra Francesco?!? Meglio di molti altri!”

Juan Carlos Biondini detto Flaco - il suo “diplomatico” chitarrista

“Di Guccini porto nella memoria le bottiglie. Un tipo che come lui ha bevuto un Mar Caspio di vino dimostra che l’alcool non è affatto contrario all’arte.”

Stefano Benni - scrittore

“La Locomotiva è una delle ballate più belle mai scritte in Italia. C’è tutto il secolo in sintesi: il mito del progresso, l’anarchia, i fantasmi e le urgenze di un’epoca pulsante.”

Sergio Staino - disegnatore - creatore di Bobo

“Quella di Guccini è la voce di quello che un tempo si diceva il ‘movimento’. Oggi, semplicemente una voce di gioventù.

E cioè di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c’è un discorso interminabile: sull’ironia, sull’amicizia, sulla solidarietà.”

Dario Fo - premio Nobel per la letteratura

“Francesco Guccini diventò, per anni e anni, fino all’università e anche oltre, la colonna sonora di quel mio passato irrequieto e provinciale, conteso fra i treni rugginosi che mi portavano vero Bologna e le highways californiane dei miei scrittori preferiti, che mi portavano, con la fantasia, nel territorio del mito americano.

Tramite Guccini studiai, per la prima volta seriamente, il greco.

Scoprii che Guccini era un poeta conviviale del ventesimo secolo, come lo erano Alceo e Orazio nei loro tempi.”

Pier Vittorio Tondelli - scrittore

“Guccini è forse il più colto dei cantautori in circolazione: la sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti. Guccini è un cantore da vaste pianure.

Guccini è omerico, procede per agglomerazione, ha una gran sfacciataggine nell’osare una metafora dietro l’altra.”

Umberto Eco - semiologo

“E’ il solo cantautore che si può ascoltare mentre uno legge o studia, quindi il solo cantante italiano che si può ascoltare con l’orecchio del cuore.”

Roberto Roversi - poeta

“Abbiamo delle nonne in comune io e Guccini. Fa piacere avere tra i parenti un tipo come lui.

Sembra che non si sia mai allontanato da Pàvana, e racconta storie che hanno come scenario quei paesaggi che hanno accompagnato anche la mia infanzia: col cuore e le parole dei poeti.”

Enzo Biagi - giornalista

“De André era l’unico poeta della canzone d’autore. Gli altri, me compreso, con l’eccezione forse di Guccini, sono bravi, non poeti.”

Roberto Vecchioni - cantautore – musicologo

Bibliografia essenziale:

- Cròniche Epafàniche - Francesco Guccini – Feltrinelli, 1991

- Vacca d’un cane - Francesco Guccini – Feltrinelli, 1993

- Macaronì - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli – Mondadori, 1998

- Un disco dei Platters - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli – Mondadori, 1999

- Un altro giorno è andato - Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto - Massimo Cotto – Giunti, 1999

- Questo sangue che impasta la terra - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli - Mondadori, 2001

- Lo spirito e altri briganti - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli - Mondadori 2002

- Cittanòva Blues – Francesco Guccini – Mondadori, 2003

- Tango e gli altri – Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli – Mondadori, 2007

Discografia:

- Folk Beat N°1 (1967)

- Due Anni Dopo (1970)

- L'isola non trovata (1971)

- Radici (1972)

- Opera Buffa (1973)

- Stanze di vita quotidiana (1974)

- Via Paolo Fabbri 43 (1976)

- Amerigo (1978)

- Album Concerto con i Nomadi (1979)

- Metropolis (1981)

- Guccini (1983)

- Fra la Via Emilia e il West (1984)

- Signora Bovary (1987)

- Quasi come Dumas... (1988)

- Quello che non... (1990)

- Parnassius Guccini (1994)

- D'amore di morte e di altre sciocchezze (1996)

- Guccini Live Collection (1998)

- Stagioni (2000)

- Ritratti (2004)

- Anfiteatro live (2005)

- L’America (2006 - Colectivo Panattoni, Francesco Guccini)

- Francesco Guccini. Live RTSI (2006)

- The Platinum Collection: Francesco Guccini (include il brano “Le belle domeniche”)







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